Confraternita San Filippo Neri Venosa (Pz)

 

ANTICHE CONFRATERNITE A VENOSA
 

INDICE:

Presentazione
Antiche confraternite a Venosa
Confraternite a Venosa
Vita confraternale in tre statuti settecenteschi
La confraternita del Monte dei Morti
 

 Presentazione

 Non si può dire che siano mancati, anche in passato, studi e ricerche sulle Confraternite. E indubbio, però, che, da alcuni anni a questa parte, si è andato manifestando un rinnovato interesse storico-culturale per tali istituzioni di antica origine, riscontrabile, del resto, nei numerosi convegni di studio a esse dedicati dagli anni Sessanta fino al più recente, tenuto a Grado (Gorizia) nel settembre dello scorso anno, con la partecipazione di docenti universitari e ricercatori di quasi tutte le regioni della penisola.

Una rinnovata attenzione a tale complesso e diffuso fenomeno, religioso e sociale insieme, che non è riconducibile, a mio avviso, né a pura curiosità di tipo folclorico né tampoco a una delle tante effimere mode culturali alle quali, purtroppo, ci è stato dato di assistere in questi ultimi tempi, anche in campo storiografico.

L'interesse attuale per le Confraternite fino a non molti decenni or sono di esse si occupavano quasi esclusivamente eruditi locali con intenti più o meno agiografici  non è né effimero né casuale. Esso si spiega con il modo nuovo di fare storia, non più legato a vecchi schemi e a vecchie preclusioni, nonché con la lenta ma sicura avanzata delle vaste e originali ricerche di storia sociale e religiosa, che, con l'introduzione di nuovi strumenti d’indagine e di un’affinata metodologia, hanno consentito una visione non più settoriale ma globale dei fenomeni religiosi nei loro rapporti con la società, con l'ambiente, con il territorio, con le tradizioni popolari.

Se i medioevisti si avvicinarono, molti anni or sono, allo studio delle Confraternite per le strette connessioni esistenti tra queste e le corporazioni delle arti nell'ambito della civiltà comunale, gli storici dell'età moderna e contemporanea non potevano non imbattersi in questa tipica istituzione, espressione del laicato cattolico con scopi eminentemente devozionali e caritativo-assistenziali, non solo per quanto concerne aspetti e vicende del laicato devoto ma anche per il singolare tipo di aggregazione sociale da essa rappresentato nel corso dei secoli, con tutti i relativi risvolti di ordine culturale, economico e civile.

La Confraternita, in tale prospettiva, si è posta dinanzi agli studiosi come una specie di passaggio obbligato, come punto nodale di una storia della Chiesa, delle sue strutture e del tipo di presenza nella società nel corso dei secoli, da cui non si può prescindere nello studio della società e delle mentalità collettive nelle loro evoluzioni e trasformazioni.

L'interesse, da agiografico ed erudito — con schematizzazioni stereotipe, senza distinzioni, senza comparazioni, senza problemi si è fatto, così, scientifico e metodologicamente fondato, facendo compiere agli studi tradizionali sulle Confraternite il passaggio dalla cronistoria alla storia, vale a dire un salto di qualità da un approccio più o meno documentaristico ad una collocazione dell'istituto confraternale in un più ampio contesto religioso, sociale e culturale con tutta una serie di problemi relativi alla sua formazione, alla sua evoluzione, al suo ruolo, alla sua incidenza nei vari ceti sociali, alla sua trasformazione in rapporto ai luoghi ed ai tempi, al suo declino in una società secolarizzata quando ormai cominciarono ad esaurirsi le ragioni stesse della sua vitalità e della sua sopravvivenza.

A voler considerare gli studi finora compiuti sulle Confraternite nel Mezzogiorno si sarebbe quasi indotti a ritenere che esse si configurano o come devozionali oppure come caritativo-assistenziali. E arduo, allo stato attuale degli studi, tentare di indicare la tipologia della confraternita meridionale che abbia una qualche validità di carattere generale. E certo, però, che la confraternita nel Sud nasce e si diffonde inizialmente con spiccate esigenze ascetico devozionali per una spinta dal basso da parte dei fedeli devoti o accanto ad una parrocchia o accanto ad un convento o accanto ad una cappella; ma non è raro trovarla anche tra gli esercenti un'arte o un mestiere specialmente nei grandi centri cittadini.

Purtroppo, sappiamo ancora poco delle Confraternite nel Sud. Conosciamo per alcune zone e per alcune diocesi gli aspetti devozionali, le Regole interne, gli statuti più o meno simili tra loro ed esemplati su modelli di importazione. Conosciamo ancora poco della loro distribuzione territoriale con particolari caratteri e finalità; della loro origine laicale o ecclesiastica, se nate per impulso dei vescovi o di Ordini religiosi; della loro formazione e durata; della loro aggregazione o meno a consimili confraternite romane o napoletane.

Quel che sappiamo, in molti casi, riguarda gli statuti o regole: una strada, questa, battuta da molti studiosi fin quando non ci si è accorti che si trattava per lo più di statuti che si rifacevano ad un unico modello, salvo lievi adattamenti a situazioni locali. D'onde un certo discredito in cui son cadute le fonti statutarie in generale, che se in certo senso è giustificabile per altre parti della penisola lo è ancor meno per il Mezzogiorno, qualora si tenga presente che spesso la documentazione reperibile è quasi del tutto limitata agli statuti, a causa della dispersione di gran parte degli archivi confraternali. Il che non vuol dire, però, che non si possa operare un'analisi comparativa degli statuti, che molte volte rivela aspetti e chiavi di lettura di una certa importanza per la comprensione interna del fenomeno confraternale.

Lo studio degli statuti, quindi, non è tutto ma è pur sempre un punto di partenza di primaria importanza, anche se non si può qui tralasciare di dire che nelle ricerche di storia sociale e religiosa finora condotte nel Mezzogiorno l'incontro con le Confraternite è avvenuto attraverso lo studio della parrocchia come struttura quotidiana del sacro e come centro di vita religiosa-sociale-economica, di cui la confraternita, nella maggior parte dei casi, costituiva uno dei principali enti collaterali per la irradiazione dell'attività parrocchiale nei vari strati sociali. Ciò ha consentito un approccio allo studio delle Confraternite che non isola e considera a sé stante l'istituto confraternale ma lo inserisce in un più ampio contesto religioso- ecclesiastico per valutarne meglio ruoli e funzioni.

La confraternita nel Sud è stata per il laicato quel che la ricettizia è stata per il clero: una struttura ed una organizzazione strettamente legata al territorio, all'ambiente, alle tradizioni storico-culturali, senza i quali referenti essenziali ben poco si comprenderebbe del complesso mondo religioso-ecclesiastico meridionale. Perciò, essa non va studiata con gli stessi criteri con cui si studiano le confraternite in generale, come ad esempio quelle del Centro-Nord della penisola, bensì con quella particolare attenzione richiesta da un tipo di organizzazione del laicato cattolico del tutto particolare; vale a dire con l'occhio rivolto non soltanto agli statuti ma soprattutto al contesto sociale- religioso-culturale in cui la confraternita nasce, si sviluppa e infine decade o per la cessazione delle condizioni iniziali che ne hanno favorito la nascita o per il venir meno nella società delle ragioni stesse che hanno dato vita all'associazionismo devozionale, assistenziale, solidaristico e mutualistico.

Una confraternita nel Sud, insomma, non è la stessa di una del Nord anche se gli elementi costitutivi essenziali dal punto di vita formale dell'istituzione sono gli stessi, in quanto riflettono le comuni norme del Concilio Tridentino. A caratterizzare la confraternita meridionale sono soprattutto l'ambiente religioso e socio-culturale, le condizioni economiche, la legislazione ecclesiastica delle monarchie che si sono avvicendate nel Sud, il particolare rapporto clero-popolo. Né, d'altra parte, essa presenta sempre la stessa fisionomia e gli stessi caratteri nel corso dell'età moderna e contemporanea: essa cammina coi tempi, con le gambe dei confratelli che di essa facevano parte e che ne esprimevano esigenze e bisogni, per cui dall'originaria istanza devozionale e di supporto alla struttura parrocchiale la confraternita si trasforma in centro di solidarietà mutualistica tra i soci, in centro di assistenza e di beneficenza, in centro gestore di patrimoni terrieri e mobiliari, in centro gestore della morte, delle esequie e delle sepolture.

La diffusione capillare delle Confraternite nel Sud il Galiani ricordava che nel regno alla metà del Settecento erano circa undicimila con «almeno due milioni di fondi» e circa 1 milione e mezzo dalle contribuzioni dei confratelli — non si spiega con il ricorrente luogo comune della enorme proliferazione di enti ecclesiastici nel regno di Napoli, che fu il cavallo di battaglia della polemica giurisdizionalista ed anticurialista dei riformatori napoletani del Settecento, bensì con la piena rispondenza delle confraternite ad esigenze reali delle popolazioni delle zone rurali interne e dei ceti cittadini più o meno emergenti: una struttura omogenea ad una società precapitalistica e preborghese in cui i vincoli di solidarietà, cementati dal comune sentire religioso, vanno oltre il clan familiare e parentale ed il vicinato per irradiarsi spontaneamente sul piano religioso, sulla base di comuni elementi di tradizione e di devozione.

Per comprendere tale diffuso fenomeno non basta, certo, conoscere gli statuti. Quel che occorre è uno sforzo da parte nostra di collocazione in una società tanto diversa da quella post-industriale e tecnologica in cui attualmente viviamo. La confraternita allora era tutto: il club, il circolo culturale, l'ente di assistenza, la banca, il luogo di formazione religiosa e di elevazione culturale; di formazione del carattere, delle prime esperienze assembleari ed elettorali. In seno alle confraternite fanno le loro prime esperienze i ceti borghesi emergenti, le masse contadine, i ceti artigianali: esperienze che affioreranno, poi, oltre che nelle amministrazioni locali anche in quei movimenti che prepareranno ed accompagneranno le esplosioni rivoluzionarie nel regno nei secoli XVII-XIX, quando ormai si andava formando la mentalità borghese e quel tipico rivendicazionismo contadino intorno al problema della terra, passato gradualmente dalla ribellione anarcoide di tipo masanielliano a movimento cosciente dei propri diritti.

Il declino delle confraternite nel Sud inizia alla metà del Settecento, allorquando, con le riforme caroline e tanucciane, nel nuovo "clima" giurisdizionalista tendente a contenere e ridimensionare gli enti ecclesiastici, viene man mano ridotto lo spazio di azione e di attività delle confraternite. L'assistenza e la beneficenza vengono assunti a carico dello Stato; le confraternite per ottenere il riconoscimento giuridico devono chiedere ed ottenere il "regio assenso"; vengono limitate e controllate le possibilità di nuovi acquisti; la legislazione nei riguardi degli enti di natura ecclesiastica si fa più rigorosa sì che cominciano a venir meno le ragioni stesse dell'espansione e della diffusione delle confraternite. Il decennio francese, poi, porrà le confraternite ormai relegate a funzioni devozionali e di gestione delle pompe funebri  sotto il diretto controllo del "Consiglio Generale degli Ospizi" nell'ambito del Ministero degli Interni.

Tuttavia, nonostante la riduzione di spazi e di attività, le confraternite conoscono ancora una ripresa nell'ultimo quarantennio borbonico: esse sopravvivono alla legislazione restrittiva del periodo dell'Illuminismo e dell'età napoleonica fintanto che si trovano inserite in un contesto precapitalistico, omogeneo e funzionale oltre che congeniale al tipo di sociabilità rappresentato dalle confraternite. E che fossero tanto radicate nella società e nell'ambiente meridionale lo prova il fatto che, dopo l'Unità, la Chiesa riscopre e rilancia il laicato cattolico. Ma, mentre nel Nord il laicato si organizza nell'"Opera dei Congressi", nel Sud la confraternita continua a rappresentare l'unica forma possibile di aggregazione religioso-sociale, sì che al movimento cattolico organizzato si continuerà a preferire la confraternita come un già collaudato organismo di formazione del laicato.

L'attento e diligente lavoro di Annamaria Santangelo, dedicato alle Confraternite di Venosa nell'età moderna, attraverso l'utilizzazione della Cronaca venosina del Cenna e del manoscritto del Cappellano, rappresenta certamente un primo fondamentale contributo alla migliore conoscenza del complesso mondo confraternale venosino, partendo dall'analisi degli statuti settecenteschi e delle loro peculiarità.

Dal Cinquecento al Settecento il fenomeno si sviluppa a Venosa con una linea di continuità (dalle 12 confraternite della fine del sec. XVI alle 7 del sec. XVIII), che rivela non solo quanto fosse radicato nel laicato quel tipo di associazionismo religioso ma anche come vi fosse diffusa tutta la varia tipologia confraternale: dalle confraternite caritativo-assistenziali a quelle di preghiera, da quelle di ascesi a quelle della buona morte. In esse prevalgono, però, il culto mariano e l'iniziativa degli Ordini religiosi, per opera dei quali nasce la maggior parte delle aggregazioni laicali.

Eccezionale rilievo assume tra esse  come ben sottolinea l'A.  la confraternita cinquecentesca dei battuti, di cui si aveva notizia solo di quella sorta a Potenza nel 1475. Si tratta di una breve notizia, desunta, peraltro, dal manoscritto del Cappellano, che potrebbe aprire, se meglio documentata, nuove prospettive anche sulla controversa questione della presenza o meno del movimento dei Disciplinati nell'Italia meridionale. Indagini, come questa della Santangelo, se condotte zona per zona § diocesi per diocesi, sono quanto mai utili e necessarie se si vuol pervenire ad una meno generica e più puntuale valutazione del ruolo e delle funzioni svolte dalle confraternite nella società meridionale dal XVI al XIX secolo.

 

Antiche confraternite a Venosa origini del mondo confraternale

 

Il fenomeno delle confraternite laicali ha investito un amplissimo spazio temporale e geografico ma non. ancora del tutto chiarito è il problema delle sue origini. Sebbene sia da dimostrare un eventuale legame con gli antichi collegio. romani, tuttavia si può affermare che la nascita delle associazioni religiose laiche precedette il Comune e le Compagnie delle Arti1. Infatti le più antiche documentazioni di confraternite laiche  che si hanno per Napoli, Ravenna, Ivrea, Vercelli, Modena risalgono al sec. X. In queste prime associazioni, il motivo religioso appare strettamente legato a quello economico, di mutuo soccorso.

La storiografia più recente ha sottolineato come una delle cause principali della formazione di associazioni laiche nel medioevo sia stata l'idea corporativa, fondamentale componente della mentalità di quell'epoca.

Passata infatti la fatidica "alba dell'anno mille", dalle macerie dell'anarchia del primo millennio viene fuori un mondo nuovo costellato di numerose piccole comunità che iniziano una strenua lotta per la propria autonomia.

Il mondo "borghese" nasce e si organizza; i comuni iniziano a fiorire. Il potere politico, amministrativo, giudiziario è nelle mani di nuovi organismi dai nomi più svariati che nascono un po' dovunque. In questa atmosfera di rinascita l'associazionismo sembra trovare spazio e prendere sempre più piede: è attraverso le corporazioni che ci si garantisce il lavoro, l'aiuto reciproco e, se si vuole, una piccola fetta di potere5. Senza ritenere l'affermazione assiomatica, si può tuttavia in parte accettare quanto scrive Casagrande nel suo studio sulle confraternite perugine: « le organizzazioni confraternali sono la naturale manifestazione di un mondo laicale già "borghese" dei nuovi ceti emergenti... ansiosi di trovare sempre più spazi di interventi...». E il numero delle confraternite aumenta, infatti, nel sec. XII e raggiunge la sua fioritura nel Duecento.

Il tipo di associazionismo di cui ci stiamo interessando, però, non deve essere disgiunto né dal forte spiritualismo che ha pervaso tutta la società medievale, né dalla necessità di creare delle leghe di mutuo soccorso coll'intento di meglio affrontare le necessità quotidiane.

Si deve ricordare che specie nei sodalizi più antichi esistevano vari tipi di legami tra i confratelli. Ad esempio, il vicinato era buon motivo per riunirsi in associazione, in un periodo in cui il vicinato non si costituiva casualmente ma volutamente per motivi familiari o di interessi. Altro vincolo si creava con « l'affratellamento giuridico... che consisteva nella partecipazione di alcuni fedeli ai benefici spirituali di un monastero o di una chiesa; partecipazione che si aveva con l'iscrizione nei rotuli di quell'ente ecclesiastico e con il pagamento... di un obolo una volta tanto ». Questi affratellati si affratellavano poi fra di loro formando così delle particolari specie di confraternite. E ancora va ricordato che alcuni fedeli poi riuniti in confraternite erano prima membri di una stessa arte.

Particolare sembra il vincolo sentimentale, come quello che spinse i reduci delle crociate ad unirsi in confraternite, o quello dovuto a sole condizioni fisiche, come quello che unì insieme gli zoppi di Venezia nel XV sec."

Appare così evidente che quello delle origini delle confraternite è un problema a più chiavi interpretative. Ma accanto alle motivazioni viste, con l'Orioli va considerata come dominante quella fideistica: la globale visione religiosa della vita che permeava di sé la mentalità medievale poteva esplicarsi sul piano pratico essenzialmente come attività assistenziale: assistenza dovuta ai fratelli per ottemperare a quello che era precetto di fede, assistenza dovuta ai fratelli per partecipare meglio al mondo stesso di cui si faceva parte. Il mutuo soccorso nelle confraternite si realizza così su un piano morale e su un piano materiale.

Sia nelle confraternite a carattere spiccatamente devozionale che in quelle a carattere caritativo, infatti, ambedue queste componenti convivono e non sono mai pienamente disgiunte.

Gli statuti delle confraternite, che rappresentano la documentazione (sebbene spesso ripetitiva e simile a se stessa) più ampia che sia a noi giunta su questo fenomeno, prevedono quasi sempre attività di preghiera unita ad attività di assistenza, di cura dei malati, di soccorso per i più poveri. Non di rado un segno tangibile di questo intervento sulla realtà era dato dalla gestione di hospitiipau- perum da parte delle congregazioni stesse. L'attenzione che il medioevo rivolse al bisognoso fu notevole, e trova la sua spiegazione nel considerare il povero un particolare intercessore presso Dio. Ecco quindi che la pietà laica nutrendosi di un profondo supporto religioso sfocia in un'ampia e variegata attività caritativo-assistenziale. Specie nel povero mondo contadino, il bisogno di ottenere aiuti nelle necessità giornaliere, di assicurarsi appoggi e picole sovvenzioni nelle cattive annate è molto forte. E proprio lì le confraternite appaiono come un modo e un mezzo per affrontare la difficile realtà sociale quotidiana.

Va anche ricordata l'importanza delle congreghe come luogo in cui i più elevati socialmente si univano ai più umili.

Le numerose confraternite di battuti e di disciplinati che avevano creato un fitto reticolato in tutta Europa testimoniano, poi, quanto forte in queste associazioni laiche potesse essere anche il solo elemento spirituale. Né vanno dimenticate in questo succintissimo excursus "le confraternite della morte" i cui membri volevano assicurarsi un sereno trapasso, un funerale e una sepoltura (l'uomo del medioevo dava grande importanza alla vita dell'aldilà e, per conseguenza, a tutto ciò che poteva garantirgli una buona morte).

Nate dunque nell'epoca d'oro dell'associazionismo le confraternite laicali, poste sotto la protezione della Madonna o di un Santo, esplicarono le loro funzioni dal medioevo all'età moderna. Venendo esse a coprire un'ampia parte del ventaglio dei bisogni umani, si può concludere affermando che « la confraternita... è stata per secoli un modo di vivere la socialità anche neìì'ancien regime, è stata una grande forza stabilizzatrice delle società povere e ricche nell'età dell'assolutismo monarchico sino alle rifome del XVIII secolo ».

Il mondo confraternale declina alla metà del Settecento quando l'assistenza è assorbita dallo Stato, quando nascono brefotrofi, ospizi e le parrocchie si riappropriano dei moribondi.

Confraternite a Venosa

 

Il brevissimo quadro fin qui tracciato vuole soltanto introdurre al discorso che a noi maggiormente interessa: le confraternite a Venosa. Ma, è opportuno sottolineare, il mondo confraternale è molto più composito e articolato di quel che non appaia ad un primo sommario esame. Ogni confraternita, infatti, non era uguale alle altre, non solo; ma neppure tra loro somigliavano quelle recanti la medesima intitolazione; ognuna viveva della realtà della città o del borgo in cui era fiorita e si rifaceva a tradizioni e bisogni locali. Benché lo spirito associativo potesse essere anche lo stesso, una confraternita del Mezzogiorno si presentava ben diversa, ad esempio da una settentrionale.

Sarà, dunque, esaminando le singole confraternite venosine ed inserendole nell'ambiente in cui si svilupparono che noi potremo venire a conoscenza (per quanto ci è concesso) del mondo confraternale e della religiosità laica a Venosa. Dove è possibile, si cercherà di avvicinare le esperienze devozionali delle nostre congregazioni a quelle di altri luoghi della Basilicata, così da inserire i movimenti

locali in un quadro religioso più ampio.

I documenti in nostro possesso purtroppo sono veramente pochi e mancano del tutto quelli di età medievale. La più antica e unica fonte di informazione sull'organizzazione confraternale a Venosa è il manoscritto di Achille Cappellano sulla storia di Venosa.

Dal Cappellano, che scrive la sua cronaca nel 1584, sappiamo che nell'ultimo ventennio del sec. XVI Venosa aveva ben 35 chiese, divise in 11 parrocchie, e 14 confraternite laiche. Di queste ultime il nostro autore ne elenca 12. Cerchiamo di vedere quali fossero e, dove è possibile, la funzione dominante che svolgevano.

Va notato che il periodo di cui ci parla il Cappellano riguarda gli anni seguenti il Concilio di Trento (1545-63). Nella seconda metà del sec. XVI si ebbe, un po' in tutta Italia, una notevole spinta verso la formazione di nuove confraternite, specialmente sotto l'influsso degli ordini monastici, i quali dietro la spinta delle nuove decisioni conciliari riuscirono a creare ai margini dei quadri tradizionali una vita religiosa nuova, sottratta alle influenze del clero e, in un certo senso, protetta anche dalla possibilità di cadere in facili eresie.

Per quanto riguarda Venosa ben 8 confraternite su 12 nascono all'ombra dei conventi. Se si considera che nel XVI secolo la Chiesa venosina era ricca e potente colle sue agguerrite gerarchie, è forse lecito ritenere che i regolari favorendo e appoggiando le congregazioni laiche abbiano voluto, come avveniva altrove, proteggere la spiritualità popolare a tutto vantaggio della nuova Chiesa uscita dalla Controriforma e cercando così di limitare la potenza di un clero secolare spesse volte ribelle.

Vediamo dunque quali fossero le otto confraternite protette dai monasteri (oggi scomparsi):

Confraternita del S. Rosario e del SS. Nome di Dio, presso la chiesa di S. Domenico (tenuta dai Domenicani);

Confraternita del Crocifisso e della Santa Concezione della Madonna, presso il monastero di S. Francesco (dei Francescani);

Confraternita della Madonna della Libera e della Madonna del Soccorso, presso il monastero degli Agostiniani;

Confraternita della Madonna del Carmine, presso il convento dei Carmelitani;

Confraternita di S. Maria della Scala, presso il convento di S. Maria della Scala.

E da notare come il culto mariano venne ampiamente diffuso e sostenuto a Venosa nell'età postridentina. Molto probabilmente il carattere dominante di queste confraternite dedicate alla Vergine sarà stata la preghiera e la meditazione. Sappiamo però che la confraternita della Concezione ogni anno maritava «due o tre donzelle miserabili», che quella della Libera era « frequentata grandimente », quella del Carmine aveva infinite indulgenze.

Va aggiunta, per completare il quadro della devozione mariana a Venosa, una confraternita della Madonna del Soccorso che ebbe sede nell'omonima Cappella esistente nel sec. XVI fuori le mura della Città, e anch'essa « dona[va] non poco comodità ai suoi  devoti ».

Una particolare importanza potrebbero aver avuto le confraternite del SS. Sacramento e del S. Rosario, se è vero, come scrive il Le Bras, che era sotto questi titoli che la Chiesa raccolse le sue élites. L'Arciconfraternita del SS. Sacramento  viva presso la cattedrale e rimasta in piedi fino al sec. XVIII mirava infatti essenzialmente a sviluppare una spiritualità interiore ed era formata dal « ceto dei galantuomini », come si dirà in uno statuto settecentesco giunto fino a noi e che esamineremo più oltre. Da quanto ne sappiamo, essa era quella a cui apparteneva, almeno dichiaratamente, lo strato più alto della popolazione venosina.

Cinquecentesca è anche la confraternita del Monte dei Morti. Dallo statuto settecentesco della congregazione sappiamo che in essa nel sec. XVIII si raccoglievano gli artigiani.

All'epoca del Cappellano, la confraternita della Morte si riuniva nella chiesa di S. Maria di Costantinopoli che era attigua all'ospedale per i poveri, « nella testa della città... della sua man sinistra ». Successivamente si riunì nella chiesa di S. Nicola di Donna Bella. In una petizione presentata al vescovo Francesco Maria Neri nel 1678 i fratelli, dopo aver fatto rilevare che sotto monsignor Andrea Perbenedetti la congregazione era stata aggregata all'Arciconfraternita dell'Oratorio della morte di Roma, chiedono il permesso per costruire « una chiesa sotto il titolo del glorioso S. Filippo Neri fondatore della Congregazione dell'Oratorio, per suffragio delle anime purganti, devozione e comodità del popolo » perché S. Nicola di Donna Bella  essi scrivono « è sì angusta che non è capace non solo delle persone che concorrono alla devozione, e feste che si fanno in detta Chiesa, ma nemmeno dei medesimi fratelli, particolarmente concorrendovi quantità di popolo all'esposizione del SS.mo delle Quarantore, che si fa ogni anno nell'ultimi giorni di Carnevale nella medesima Chiesa per l'evitazione dei bagordi ». I fratelli hanno così determinato di « edificare un'altra Chiesa decente, ad un luogo più cospicuo per aumento del culto divino, e per le dette funzioni ». Si deve così alla pietà religiosa dei Confratelli e alla loro volontà di vedere un maggior ordine e una maggiore serenità nelle funzioni religiose la costruzione di quella chiesa, di S. Filippo Neri, appunto, che è ancor oggi il luogo di riunione della Congregazione dei Morti.

Si noti come la prima sede della confraternita fosse prossima all'ospedale dei poveri, quasi a sottolineare uno stretto legame tra malattia, morte e povertà. Per una cronologia delle confraternite della Morte, ricordo che posteriori alla nostra sono quella di Potenza (1625) e quella di Marsico nuovo (1653), che anche seicentesca è la "Confraternita del Monte Calvario" di Melfi, per l'inumazione degli affogati nell'Ofanto, e che probabilmente posteriore a questa è la "Congregazione dei Morti, sotto il titolo di Maria Santissima de' sette dolori" di Brienza.

Presso l'Ospedale venosino era anche, nel sec. XVI, la confraternita di S. Maria di Costantinopoli (i cui membri portavano un abito turchino) interessata alla gestione dell'ospedale stesso. L'attività principale di questa congregazione era quella ospedaliera che fu una delle caratteristiche confraternali più diffuse nell'alto medioevo e che, secondo il Mira, « è la manifestazione massima della carità37 ».

La confraternita di S. Maria di Costantinopoli svolse una importante funzione nei sec. XVI e XVII quando Venosa era una città in cui i poveri, i pellegrini e i "miserabiles" di ogni specie erano numerosi e avevano spesso come unico rifugio proprio                 l’hospitium pauperum. Verso la metà del sec. XVIII l'ospedale è in completo abbandono e la confraternita ormai scomparsa.

Data la scarsa documentazione che se ne ha per l'Italia meridionale, mi pare interessante notare l'esistenza, nella Venosa cinquecentesca, di una confraternita di Battuti. Dal Cappellano apprendiamo che fuori «dalla testa della città» (verso mezzogiorno) esisteva una chiesa di S. Sebastiano in cui si riuniva una confraternita dedicata allo stesso Santo e i cui associati vestivano sacchi bianchi e si bastonavano nudi.

Le confraternite dei Disciplinati e Battuti ebbero origine in Umbria nella metà del sec. XIII, ma, per opposizione di Manfredi, non penetrarono nell'Italia meridionale, dove, invece, si svilupparono più tardi. In Campania, ad esempio, fiorirono dal XIV al XVII secolo, mutando di volta in volta alcune loro caratteristiche. Per la Basilicata si sa di una confraternita di Battuti sorta a Potenza nel 1475. Pare, però, che ormai nel sec. XV esse fossero divenute una associazione diocesana presente in quasi tutte le parrocchie coll'intento di raccogliere forze laiche intorno ai vescovi. Comunque, la nostra resta la seconda attestazione diretta di Battuti lucani.

La presenza di Battuti acquista importanza in quanto denota nella città spinte ed esigenze di spiritualità fortemente interiorizzata, dominata dal senso del peccato e dell'espiazione.

Seppure basandoci su poche notizie, possiamo affermare che a Venosa la partecipazione laica alle esigenze religiose fu notevole. Possiamo anche concludere che le forze associative venosine si muovevano su quasi tutti i filoni classici del mondo confraternale: vi erano le confraterni¬e con finalità caritative (della Concezione, di S. Maria di Costantinopoli e del Soccorso), di preghiera (quelle della Vergine, del Rosario e del SS. Sacramento), di ascesi e pentimento (quella dei Battuti) e quella che voleva garantire e assicurare una buona morte (Confraternita del Monte dei Morti).

Questo diffuso associazionismo possiamo spiegarlo, come si è detto, con una particolare opera di stimolo svolta dal clero regolare, ma anche con la tendenza all'unione come garanzia di protezione e sicurezza tra pari, tendenza che fu sempre molto sentita nelle comunità rurali dominate da una realtà precaria e da una vita piena di incertezza.

Anche nel sec. XVII il fervore religioso e l'associazionismo venosino non si spensero.

J. Cenna, infatti, ci fa sapere che negli anni in cui scriveva (1620 - 40) presso la chiesa di S. Domenico continuarono a riunirsi le congreghe del SS. Rosario e del Nome di Gesù e che presso il convento dei Francescani accanto alla cinquecentesca confraternita della Concezione nacque quella del Cordone di S. Francesco. Sappiamo anche che i padri agostiniani continuarono ad accogliere la congrega della Madonna della Delibera ed ospitarono quella nuova di Santa Monaca « dove vi [era] molta devozione ».

Anche la congregazione di S. Rocco (tuttora esistente) sembra essere nata nel XVII secolo. Da una nota posta nel sec. XX in fondo ad un fascicolo riguardante tale congrega, risulta che essa ottenne molte indulgenze sotto il pontificato di Paolo V, cioè negli anni 1605-1621. E così molto probabile che la sua nascita sia da collocare a cavallo tra il Cinque e il Seicento.

Per la Venosa seicentesca abbiamo in tal modo attestazioni riguardanti sette congreghe; di queste, tre di recente formazione quella del Cordone di S. Francesco, quella di S. Monaca e quella di S. Rocco  provano il permanere, rispetto al secolo precedente, di una vivace e non sopita religiosità.

 

Vita confraternale in tre statuti settecenteschi

Per esaminare più da presso la vita all'interno delle confraternite purtroppo ci son rimasti solo gli Statuti, in redazione settecentesca, di tre di esse.

Le uniche confraternite che hanno lasciato una traccia di sé ancora nel sec. XVIII sono quella del Monte dei Morti, quella del SS. Sacramento e quella di S. Rocco. Delle altre s'è persa ogni traccia.

Spesso, come si è detto, nelle congregazioni laiche si raccoglievano uomini appartenenti ad una stessa classe sociale o ad una stessa arte. Delle tre confraternite di cui possediamo gli Statuti, quella del SS. Sacramento era formata dai "galantuomini" del paese e quella del Monte dei Morti dagli artigiani. Al contrario quella di S. Rocco sembra essere stata aperta a tutti.

Guardiamo ora da vicino i documenti in nostro possesso cercando di cogliere la struttura interna delle confraternite ma soprattutto cercando di individuare i diversi fini di ciascuna associazione.

I tre Statuti ci sono giunti nella forma in cui furono

presentati, l'uno nel maggio del 1759, l'altro nel marzo del 1777 e l'altro ancora nel febbraio del 1786, a Ferdinando IV per ottenere il Regio Assenso. Nel protocollo troviamo il consueto formulario con cui il Cappellano Maggiore presenta le regole al sovrano e nell'escatocollo alcune « condizioni e riserve » atte a favorire la concessione dell'assenso medesimo.

 

 

La confraternita del Monte dei Morti

 

Le Regole della Congregazione laicale di S. Filippo Neri sotto il titolo del Monte dei Morti della Città di Venosa risalenti al 1759 ci sono pervenute a stampa e son conservate presso l'archivio parrocchiale della chiesa di S. Filippo Neri.

Tutti gli appartenenti alla Confraternita, come si è detto, erano artigiani: « e non siano ammessi... se non che persone artigiane dabbene ed onorate, e mai si ecceda il numero di quaranta Fratelli » (cap. XX).

Gli Officiali della Congregazione erano un priore, un sottopriore e un Cancelliere "annuali" eletti dalla Congregazione « collegialmente congregata, e con suffragi secreti secondo il solito » (cap. I). Vi era poi un Maestro delle cerimonie (cap. XIV), un Maestro dei Novizii, un Sagrestano pro-tempore (cap. XVI), un Archiviano (cap. XXIII), due Razionali (cap. IV).

L'elezione del Priore e i rapporti tra Confraternita, Delegato Ecclesiastico e Vescovo si conformano ai decreti emanati dopo il 1741.

L'elezione degli Officiali avveniva, infatti, nella Congregazione « senza l'intervento del Governatore locale a tenor del Real Dispaccio dei 17 dicembre 1757, con cui S.M.C, ha dichiarato di non dover intervenire in tal elezione verun Superiore Ecclesiastico o Laico » (cap. II). Inoltre non poteva essere eletto Priore colui che non avesse reso i conti dell'amministrazione passata né alcuno che fosse congiunto con l'ex-priore fino al terzo grado di parentela o che fosse debitore della Congrega « a tenor del R. Dispaccio del 1742 spedito per Segreteria degli Ecclesiastici, altrimenti l'elezione sia nulla, ipso iure » (cap. III). Il Deputato Ecclesiastico « dovrà intervenire gratis e senza veruno interesse della Congregazione a tenor del concordato tra la Santa Sede e S.M.C, ed a tenore del R. Dispaccio spedito ai 17 dicembre 1757, ancorché il Vescovo volesse eleggerlo forastiero » (cap. V). E il Vescovo « secondo lo stabilimento del concordato non possa esercitare in detta congregazione veruna autorità nel temporale, né prendersi altra ingerenza, se non quella di visitarla quoad Spiritualia tantum, come luogo pio laicale, governato e mantenuto dai laici... senza che... la Curia possa intromettersi nell'alienazione de beni o elezione degli Officiali direttamente né indirettamente...» (cap. XI).

Veniva così sottolineata e garantita la piena autonomia della Confraternita.

Il rendimento dei conti di ogni amministrazione avveniva alla presenza del Deputato Ecclesiastico « eletto dal Vescovo pro tempore ad ogni richiesta della Congregazione ad normam concordati » (cap. IV). « Nell'alienazione degli stabili di detta congrega debba ottenersi il permesso » non dal Vescovo, bensì « dalla M.C. del Re N.S. secondo con suo R. Dispaccio per la Segret. degli Ecclesiastici del 17 Dicembre 1758 sta ordinato » (cap. XI).

Ancora tre disposizioni per regolare l'amministrazione: se i Razionali non avessero saputo scrivere, il loro segno di croce sarebbe stato autenticato dal notaio così da avere pieno valore giuridico (cap. VI); tutte le spese « solite e ordinarie » erano fatte dal Priore, quelle che « saranno insolite et estraordinarie non possono mai farsi senza il pieno consenso... della Congregazione » e qualunque Amministratore avesse defraudato la Congrega ne sarebbe rimasto fuori per cinque anni (cap. X). L'amministrazione finanziaria della Congregazione era quindi ben definita e controllata.

Nel cap. Vili un'altra norma che mira ad allontanare ogni ingerenza vescovile: i Cappellani e i Sacerdoti che avrebbero celebrato le Messe della Confraternita sarebbero stati scelti ogni anno dalla Congrega stessa, e « non [avrebbe avuto] il Vescovo diritto nemmeno di confirmarli, o impedirli sotto qualunque pretesto ». I Sacerdoti scelti potevano essere tanto Regolari quanto Secolari. Nel cap. IX ancora una difesa della temporalità: il Padre Spirituale della Congrega sarà eletto a voti segreti e potrà essere qualunque Regolare o Secolare « senza che il Vescovo possa sotto qualunque pretesto impedirli », « né », egli « [potrà] sotto qualunque pretesto ingerirsi nella temporalità della Congregazione ».

Queste le norme che riflettono l'ombra del clima riformistico politico-religioso che aleggiava nel Regno. Vediamo ora invece quale fosse la vera attività religiosa e caritativa che si svolgeva nell'intimo della Confraternita.

Tutte le sere i Fratelli a due a due dovevano andar questuando per la città « per ogni giorno della settimana per ciascheduno come il solito ». Se venivano esclusi dall'incarico i Fratelli sessuagenari o infermi (però si sottolinea che resta « a loro arbitrio, se vogliono o no farlo », quasi ad affidare alla coscenziosità di ciascuno l'atto caritativo), gli altri « possono essere tutti forzati » e chi manca alla terza ingiunzione « resti totalmente cassato, ed escluso dal numero dei Fratelli... precedente però la maggioranza dei voti segreti dei Fratelli ». Le elemosine raccolte erano poi trascritte su di un libretto che veniva esibito come documento «nella reddizione dei conti di ciasceduno Priore» (cap. XII).

I Fratelli questuanti devono agire con « puntualità » e la più piccola frode viene punita colla privazione di voce attiva e passiva per quanto tempo deciderà la maggioranza dei Fratelli con voti segreti (cap. XIII).

Al Priore, o al sotto-Priore, è dovuta ogni obbedienza. I Fratelli son tenuti ad « accorrere sollecitamente al suono della campana » che serve da richiamo per ogni servizio che riguarda la Congrega e a usare « il dovuto riguardo » verso i Superiori. Essi inoltre dovranno « vestirsi dentro alla Sacrestia53 », ed andare due a due modesti processionalmente dal luogo dove dovrà principiare la processione. Chi avrà mancato per due volte consecutive «verrà cassato dalla tabella » e dal numero dei Fratelli, «precedentemente la maggioranza dei voti segreti dei Fratelli» (cap. XIV).

Da queste ultime norme appare, nella nostra Congregazione, un pieno rispetto della gerarchia, un comportamento improntato alla modestia e alla massima lealtà, nonché l'importanza data alle decisioni prese collegialmente, quasi a dimostrare l'unicità del corpo congregazionale.

Entrare nella Confraternita non era cosa né facile né celere. Anche qui doveri da rispettare, controlli cui sottoporsi. L'aspirante doveva prima essere accettato dalla « congregazione capitolarmente congregata » e poi svolgere «anni tre di noviziato», ma non veniva iscritto nella tabella «se non precedente relazione così del Priore che del Sotto- Priore, Maestro dei Novizi e Sagrestano pro-tempore della puntualità e servizio da quello fatto, ed essendovi luogo vacuo... come è stato antico solito » (cap. XVI). La sostituzione di un confratello defunto con un novizio avveniva « per bussola e suffragi segreti » (cap. XX). I novizi inoltre erano tenuti a fare « tutti quei servizi personali che si richiedono » e prestare agli Officiali « tutta la dovuta obbedienza » (cap. XVII).

Le pratiche di culto svolte dalla Confraternita erano naturalmente a carattere di suffragio. La Congregazione faceva celebrare messe per sé e «prò omnibus Defunctis» secondo degli obblighi perpetui assunti e annotati su una tabella. I sacerdoti che celebravano, segnavano le messe su di un apposito libro tenuto dal Priore e Sotto-Priore. Poi ogni prete veniva pagato in base alle messe celebrate (cap. XVIII).

Va notato che anche le donne facevano parte della congrega. Tali "Consore", però, non partecipavano alla vita attiva della Confraternita, ma si limitavano a pagare il «diritto di consoranza». Al cap. XIX infatti si dice che « in ogni mese, come si suole e come si è costumato ab antiquo si debbono raccogliere per la città dalle Consuore le Cinquine e dritto di Consoranza, che si pagano dalle Consore ascritte ». Anche qui non manca una nota di fiscalismo: occorre « sapersi con distinzione chi siano le consore che adempiscono, e quelle che mancano, affinché queste ultime possano godere quei benefici che dovranno godere quelle che godranno ». Alla fine dell'anno il Priore presentava, su un libro a parte, anche i conti riferiti alle Consorelle.

Era fatto divieto ai Fratelli di rivelare al di fuori della Congregazione le decisioni che questa aveva preso. Chi avesse mancato, sempre « precedente la maggioranza dei voti segreti dei Fratelli », veniva privato della voce attiva e passiva per cinque anni. Se si rivelavano cose leggere il Priore dava una « competente mortificazione ».

Esisteva nella Confraternita quella che potremmo chiamare una "spiccata coscienza archivistica". Nel cap. XXII si ordina infatti « che tutte le scritture sui Registri dei Conti, libro d'esazioni, Inventari, Cabreo o sia Platea delle rendite, copie d'istrumenti... si debbano impreteribilmente conservare nell'archivio già fondato in detta congregazione e proprio entro alla Sagrestia... affinché dette scritture così importanti ed utili non vadano in mala parte e col passaggio da mano in mano si perda poi la memoria ». E quando cambieranno il Priore e l'Archivista, occorrerà che i libri che passano dai vecchi ai nuovi siano inventariati. Vengono anche inventariate le suppellettili e consegnate « da Sagrestano in Sagrestano » (cap. XXIII).

Se muore un congiunto di un confratello, esso riceve dalla Confraternita « l'accompagnamento e la sepoltura gratis »: nel mondo povero della campagna, è questo un motivo sufficiente perché si abbia qualcuno della famiglia iscritto alla Confraternita. Se muore un Fratello, invece, verranno celebrate per lui « Messe lette venti, ed una Messa cantata coll'assistenza e suono d'organo coll'associazione della Confraternita secondo l'uso antico57 » (cap. XXIV). Al Fratello che ammalatosi avesse avuto bisogno di aiuto, la Congregazione deve « somministrar[e] qualche sovvenimento » attraverso un fratello Infermiere eletto con dei biglietti giornalmente. Se però l'infermo muore, « sia tenuta la Congrega di fargli il funerale », sì, ma « col maggior risparmio che si potrà » (cap. XV). Non è chiaro però il perché di questo duplice trattamento in caso di morte.

Rientrava nelle attività di culto anche l'esposizione del Sacramento, fatta quasi a salvaguardia della città per « levitazione dei bagordi », come si spiega nella petizione di cui abbiamo parlato: « non possa mancare ogni Priore di fare ogni primo lunedì del mese, e negli ultimi tre giorni di carnevale l'esposizione del Venerabile... essendo tutto ciò anticamente praticato dagli altri predecessori » (cap. XXV). Si noti come è costante il richiamo al passato, a sottolineare una continuità di tradizione mai interrotta.

« I vasi sacri e i candelieri d'argento » venivano conservati presso « una persona proba [del] Ceto dei Galantuomini », dopo essere stati chiusi in una cassetta le cui chiavi erano in custodia presso il Priore, il Sotto-Priore e l'Avvocato della Confraternita (cap. XXVI).

Per quanto riguarda le spese della comunità, dovevano essere eletti « due Deputati Fratelli probi » sotto la cui guida venivano fatte tutte le spese ordinarie e straordinarie. Al priore spettava di far delle spese, senza consulenza dei due Deputati, per non più di cinque carlini (cap. XXVII).

Questi i capitoli presentati per avere il Regio Assenso in « forma Regalis Camerae Sanctae Clarae ».

Guardando nell'insieme i nostri capitoli, direi che in essi un posto importante è occupato dall'amministrazione finanziaria (a tutti i livelli) della Congregazione, amministrazione che avrebbe dovuto garantire l'attività caritativa ed assistenziale rivolta prevalentemente verso i moribondi.

 
Tratto dal libro di Annamaria Santangelo con presentazione di Antonio Cestaro
 

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